Mi ricordo il mio primo giorno di lavoro le seguenti immagini: lo spazio
sterrato davanti all’entrata della cascina nei campi, sede della comunità,
con enormi e profumatissimi tigli, una ragazza correva scoordinata urlando e
stracciandosi i vestiti, un ragazzo minacciava un educatore roteando
nell’aria una pesante catena di bicicletta, qualcun altro perdeva il suo
sguardo nel vuoto, altri ancora erano chiusi nelle sporche stanze con
escrementi sul pavimento, in posture arcaiche e con movimenti ripetitivi ed
infantili in corpi di giovani adulti .
L’impatto con quest’aria particolare, intrisa di violenza e abbandono, mi ha
stimolato riflessioni inerenti i temi di umanità, ascolto, relazione, cura,
convivenza, terapia.
Diversi anni dopo, in coincidenza con
un momento di mia forte crisi lavorativa, tali riflessioni mi han
portato a concepire l’idea ed il progetto di aprire una ct.
Il 21
dicembre ’97, giorno del solstizio d’inverno, viene così aperta la
Comunità Terapeutica Rosa dei venti rivolta ad adolescenti con
problematiche di tipo psichico e relazionale, ad Erba, nel Triangolo
lariano. La scelta di tale data è legata al mio amore per il cielo.
Dopo
anni di osservazioni diurne e notturne in compagnia del gruppo di
Ricerca sulla pedagogia del cielo di Roma di cui faccio parte, ho
potuto comprendere come quella data corrisponda al giorno dell’anno-per
noi in Italia o a latitudini simili- che ha minor luce: da quel giorno
la luce del sole va gradualmente aumentando fino al suo opposto
solstizio d’estate; l’ho scelto dunque come giorno di buon auspicio.
Il
nome rosa dei venti è stato scelto insieme ai compagni fondatori della
Associazione: alla mia passione per l’osservazione del cielo si è
affiancato l’amore per il mare ed il vento di Giorgio Grungo, caro amico
e collega; la rosa dei venti fin dai tempi più antichi permette di
organizzare lo spazio; analogicamente dunque il desiderio è di poter
riorientare per quel che è possibile, lo spazio interiore disorientato e
devastato dei ragazzi che entrano in ct…..
La casa sede della CT, è
stata scelta nel centro della cittadina, nei pressi della stazione, e
ben vicina a laghi e montagne. Qui accogliamo otto adolescenti di
entrambi i sessi, all’entrata di età compresa tra i 13 e i 18 anni, che
presentano problemi di carattere psichico ed affettivo, quelle
psicopatologie diagnosticate come psicosi o disturbi di personalità, e
che ancora oggi sono viste con diffidenza e timore dal pensare comune.
Il compito principale della comunità è di attivare un processo di cura.
Il curante è la comunità degli operatori, il più possibile in
collaborazione con i genitori ed i servizi pubblici. Tale processo
curativo di gruppo-o di rete- cerca di diventare il contenitore delle
parti disturbate e disturbanti della personalità degli abitanti la ct,
di rendere manifeste le potenzialità e i livelli di autonomia e di
facilitare la re-integrazione sociale.
Per riuscire a far ciò, è
necessaria dal mio punto di vista, una continua autoosservazione e
lavoro di consapevolezza del modo di pensare, di vivere le emozioni ed
agire sia del singolo che del gruppo di operatori della comunità
coinvolti: abbiamo attivato nel corso degli anni differenti modalità e
proposte di formazione per gli operatori sia condotta da interni che da
da esterni.
Un altro requisito necessario per almeno sopravvivere alle
forti tensioni sempre presenti in tale contesto è la capacità di essere
tolleranti in particolare in relazione all’ambiente continuamente
frustrante in cui si opera.
Gli elementi di base del mio stile di
ricerca-azione sono: terapia, educazione, natura ed arte. La natura è
di certo l’elemento che più chiaramente ricordo come luogo della mia
formazione . La mia personale esperienza in tal senso incomincia nella
mia infanzia: i miei genitori mi hanno spesso portato a contatto con
luoghi naturali di cui ancor oggi ho memorie ben precise; sono stato in
seguito formando e poi formatore presso la casa laboratorio di Cenci, un
casolare in Umbria la cui ricerca è legata al M.C.E., movimento
pedagogico che si ispira alla pedagogia pratica del Freinet…le
esperienze fatte in quel luogo mi han toccato profondamente e mi han
fatto sorgere tante domande attorno alla mancanza della natura nelle
nostre vite e scuole, ed alla possibilità e bisogno di ritrovare un
rapporto diretto con la stessa.
Una delle scommesse in cui ho creduto
fin dalla nascita della ct è che il contatto con la Natura sia utile nel
processo di cura e di far terapia. Va riconosciuta l’ autonomia e forza
della Natura: è nella stessa che possiamo ritrovare, in un gioco di
rispecchiamento, la nostra costituzione. L'uomo ha vissuto a lungo
nella sua fantasia ed aspirazione che le cose fossero utilizzabili,
dominabili, manipolabili, commerciabili; è venuto il momento di
riconoscersi come parte del mondo e quindi di dover entrare in un
rapporto di complicità con la Natura e gli altri, di solidarietà e di
mutuo aiuto. La natura come elemento curativo: la penso come un saggio
libro aperto, e peraltro gratuito, sempre a portata di mano; qualcosa
che non siamo più abituati a leggere .
Credo che ci sia la necessità di
risvegliare la capacità di osservare in modo attento, di un guardare che
ascolta, e che sa riconoscere e collegare elementi diversi e distanti e
trarne conseguenze, un po' come "sapevano fare abilmente i nostri
antenati nel leggere nel cielo i movimenti dei corpi celesti per
orientarsi nello spazio e dare ordine al tempo, e nel leggere i segni e
le tracce impresse sulla terra" (F. Lorenzoni op.cit.) La natura è
dunque contesto di esperienza, in continuo imprevedibile cambiamento, e
dunque all’opposto del classico setting da psicoterapia, dove la cornice
rimane sempre il più possibile “neutra”.
La natura intesa come luogo di
esperienza curativo, richiede uno sforzo di adattamento continuo per
vivere o addirittura per sopravvivere.
Dall’apertura della struttura ad
oggi la proposta di un setting di lavoro in ambiente naturale con il
gruppo intero o parziale degli ospiti, è stata una costante
caratterizzante il nostro intervento interdisciplinare.
Gli interventi
son stati condotti nel tempo, sia da singoli, che da coppie, che da
gruppi di operatori, ed han sempre visto il poter vivere insieme non più
nel setting casa comunità ma nel setting natura comunità. Per un certo
periodo si è utilizzato un rifugio di montagna del territorio (da un
minimo di due ad un massimo di cinque giorni e notti). Qui si son
esperimentate azioni nella natura, in un luogo dove si ritornava
regolarmente, con l'obiettivo di far fare ai ragazzi e alle ragazze
esperienza del proprio processo creativo personale e delle dinamiche di
gruppo; in altre circostanze si son invece utilizzati di volta in volta,
differenti ambienti scelti in relazione al bisogno dei partecipanti,
dallo scendere nelle grotte, al risalire un torrente, alle cascate di
ghiaccio, all’arrampicata su roccia, alle corse sulla neve con i cani da
slitta, al percorrere un fiume in canoa, arrangiandosi per dormire con
l’uso di tende o rifugi o bivacchi.
A proposito dell’arte come azione
curativa già è stato scritto in abbondanza . L’arte in ct è intesa come
azione contenente la possibilità di esprimere ciò che abita dentro
ognuno di noi, pensieri, emozioni e visioni. Ci sono momenti condotti
da arteterapeuti(colore, musica e canto) o artisti e lo sforzo degli
educatori di mettere un pizzico di arte anche nei momenti di vita
quotidiana…la scommessa è che si possa fare arte anche nelle semplici
attività di vita quotidiana, ad esempio nell’apparecchiare o preparar da
mangiare arte come educazione alla bellezza.
La terapia:
etimologicamente ‘’teraps’’ ha il significato di servo, cioè colui che è
al servizio dei bisogni degli altri. Il terapeuta, come sosteneva
Ippocrate, è colui che rispetta la propria anima, quella di chi chiede
aiuto, degli altri e del mondo.
L’educazione è etimologicamente la
capacità di ‘’far uscire’’ le potenzialità della persona che ci troviamo
ad ospitare- i suoi tesori spesso nascosti in qualche luogo
dell’inconscio; il processo educativo diventa così percorso di
conoscenza ed esperienza delle parti sconosciute che ci abitano, belle o
brutte che siano, orientato al raggiungimento del miglior livello di
autonomia possibile. L 'educare ed il far terapia sono entrambe connesse
all'imparare; quando ci accorgiamo che una situazione, un evento, un
ospite ci hanno insegnato qualcosa allora è molto probabile che anche
l’altro abbia scoperto ed appreso qualcosa da noi o dall’esperienza.
Questa considerazione sottolinea la necessità di una formazione
continua, di un desiderio di crescita costante da parte di educatore e
terapeuta, alla faticosa ricerca di una collaborazione reciproca per
individuare ed applicare una modalità di relazione comune, con capacità
di autocritica, discussione e rielaborazione dei propri pensieri ed
azioni. Educazione e terapia: entrambe cercano un'interazione con la
profondità dell'essere; una distinzione tra educazione e terapia-oltre
alla differente preparazione e percorso di studio degli operatori- sta
nel fatto che, mentre la prima si dovrebbe svolgere durante tutto il
tempo della vita, giorno dopo giorno, la seconda si attua solo
temporaneamente con quelle persone in cui l'essere è disgregato da sé
stesso e dalla vita e riconosce- o a volte gli altri per lui
riconoscono- il bisogno di chiedere aiuto.
Non c'è distinzione fra sano
e "matto", né fra il soggetto dell’ educazione e quello della terapia.
La terapia è complementare quindi all'educazione ed insieme possono
creare le condizioni per il recupero ed il mantenimento del precario
equilibrio evolutivo. La sola terapia-come gli interventi ambulatoriali-
in alcune situazioni risulta non sufficiente: è in queste situazioni
che si puo’ presentare la necessità dell’inserimento in struttura
residenziale.
Le difficoltà sorgono sempre nel momento in cui differenti
educatori e terapeuti si trovano ad agire per la stessa persona: chi fa
cosa, come fare a cooperare, di quali strumenti di base si devono
fornire tali gruppi, chi decide, quali son i confini di ruoli e funzioni
e chi se ne occupa? In questo scritto introduttivo ho dedicato più
spazio alla natura, ma ci tengo a sottolineare che l’obiettivo primario
della ct è far terapia, dunque l’arte, la natura e l’educazione servono
e caratterizzano il nostro modo di far terapia.
Nella mia visione di
cura non credo in concetti quali: guarigione, rafforzamento, sviluppo,
prodotto e risultato; al loro posto cerco di usare metafore da tempo
note all’alchimia: processo, immagine, riflessione, fantasia, e verbi
come rispecchiare, cuocere, digerire, fare da eco, ripulire, riparare,
riciclare e dare profondità.
Alla rosa dei venti la ricerca-azione è
orientata ad un approccio artigianale, alla difficile arte di ritrovare
uno sguardo umile, un po’ francescano oserei dire, globale e nel
contempo attento ai dettagli.
Moore a proposito scriveva: " nella
tensione troviamo vitalità, dal paradosso troviamo insegnamenti,
camminando sul filo dell'ambivalenza acquistiamo in saggezza e nel dare
fiducia alla confusione che sempre la molteplicità genera, acquistiamo
confidenza in noi stessi. " (1)
La comunità è dal
mio punto di vista un essere vivente, spazio di incontri e di scontri.
Dovrebbe essere un sistema aperto e delimitato da una membrana o
confine che la separa e mette in contatto con il mondo, dalla famiglia e
i parenti degli adolescenti ai servizi pubblici, ai vicini di casa,
cittadini ….. E’ un luogo dove la difficile sfida del convivere già
tipica della nostra cultura e società, è qui notevolmente amplificata….
E’ un luogo dove si cerca continuamente, non sempre con successo, di
integrare il fare educativo al pensare terapeutico. Un altro ingrediente
strutturale caratterizzante la nostra modalità di essere-fare ct è che
diamo importanza all’ osservare le connessioni e disconnessioni tra i
tre livelli dell’essere umano: corpo, emozioni, mente…..diamo rilevanza
ai segnali non solo di pensiero ma emozionali e corporei…segnali di
solito messi in secondo piano sul piano
operativo.
L’ingresso
dei minori in comunità avviene dopo una serie di contatti preliminari da
parte dello staff di terapeuti della ct con i servizi pubblici che fanno
la richiesta di inserimento. A volte sono enti comunali, più sovente
servizi di neuropsichiatria del territorio o aziende ospedaliere- in
questa prima fase osservativa e conoscitiva si incontrano i servizi, i
genitori -se possibile- ed il potenziale futuro ospite; l’immissione
eventuale viene valutata solo alla condizione che il minore in questione
abbia una seppur piccola motivazione o comprensione del perché dovrà
stare in ct. La durata della permanenza è compresa tra un minimo di
uno ad un massimo di tre anni circa.
La definizione del tempo di
permanenza in ct , aiuta nel definire i confini di identità della
comunità : il rischio che corriamo nel non aver chiari i limiti di
tempo del nostro intervento è di esser confusi con un??? “cronicario”,
o un pronto intervento o un reparto ospedaliero . Per tutta la durata
dell’ intervento si tengono periodici contatti con i servizi invianti,
con le famiglie e con i territori di appartenenza e di origine con la
richiesta di co-responsabilità e cooperazione nel progetto. I servizi
pubblici del territorio che richiedono l’inserimento, sono una
componente fondamentale del nostro intervento: abbiamo potuto osservare
quanto sia importante, fin da subito, stabilire reciprocamente i mandati
delle varie parti costituenti la” rete curante”: chi fa che cosa e come
ci si connette e scambia rispetto al proprio operato. I servizi invianti
in quanto sistema, presentano modalità di approccio assolutamente
differenziate e personali: a volte proiettano su di noi fantasie
salvifiche, altre volte invece, saturi della difficile gestione che
determinate situazioni comportano, hanno modalità quasi abbandoniche,
espulsive, altre volte tendono ad essere fortemente invasivi e
decisionali rispetti al piano terapeutico, o ancora cercano di
utilizzarci come centro di pronto intervento o reparto. Nell’osservare i
primi passi che ogni servizio muove nei nostri confronti, già nella
prima fase di presentazione del caso, raccogliamo dati che possono
aiutarci a capire cosa muove il paziente negli altri….la famiglia…..
Più
ci penso e più mi rendo conto di quanto sia difficile esser esaustivo
nella definizione del come facciamo ct: è un sistema complesso ed in
continuo instabile movimento, costituito di sottosistemi che si
interrelazionano, inserito in un sistema piu’ grande che è la società,
dalla cittadina alla provincia, alla regione, alla nazione, alla terra.
Lo spazio di vita della comunità è principalmente la casa. All’interno
di essa, la vita quotidiana gioca un ruolo per me primario nel processo
di cura. la ct come luogo contenitore di parti distruttive, deve dunque
poter ascoltare le loro crisi, isterie e paranoie, violenze e silenzi,
intuizioni e trasgressioni, ed intraprendere insieme un cammino che
possa portarli a quel livello di autonomia e rispetto della vita per
loro possibile. Altra riflessione per me importante è relativa alle
possibili cause di cui ci parla spesso un certo tipo di mondo, rispetto
alle quali esprimo il mio accordo con il pensiero di Hillmann quando
pone in discussione la ‘’superstizione parentale’’ che riconduce ogni
problema dell’individuo alla responsabilità dei genitori, in special
modo alla madre. Credo che dovremmo piuttosto orientarci e guardare
verso la memoria generazionale, verso il legame con i nonni e bisnonni;
la cultura degli antenati è cultura che ci connette al passato, alla
memoria alle tradizioni popolari ancor tramandate oralmente( e non con
il pc) La nostra ricerca-azione è caratterizzata da una modalità
analogica di intervento ed esperimenti di terapia educazione con gli
elementi naturali Immaginario, memoria, biografia: il linguaggio
metaforico attiva, da un punto di vista psicofisiologico, l’emisfero
destro, entrando in contatto direttamente con l’inconscio; il racconto e
la costruzione di storie e contesti, la raccolta ed il racconto della
propria biografia, l’utilizzo di sfondi integratori rappresentano, per
l’esperienza della comunità, una possibilità di apprendimento e
integrazione tra differenti livelli, come conscio ed inconscio, mente e
corpo, incredibilmente ricca. Nel nostro “fare comunità” si sono
inoltre esperimentate e strutturate azioni ed attività di
terapia-educazione utilizzando i quattro elementi naturali, acqua aria
terra e fuoco: progetti che hanno coinvolto e connesso a differenti
livelli, tutti i componenti della comunità, sia ragazzi che operatori,
terapeuti ed educatori. Per periodi di tempo stagionali si è individuato
un elemento che ha funzionato appunto come sfondo integratore per la
maggior parte degli interventi . Porto un esempio di applicazione:
qualche anno fa, per la durata di nove mesi, si è scelto il tema
‘’acqua‘’ e si sono sviluppate una serie di attività e laboratori
connessi al tema quali: foto d’acqua, attività artistiche con i colori
dell’acqua, miti e racconti d’acqua, costruzione di uno stagno con
fontana in giardino, visita all’acquario di Genova, musiche, canti e
suoni dell’acqua, momenti di discussione ed informazione
sull’ecoutilizzo dell’acqua, piscina, bagni termali, raccolta alle fonti
del territorio dell’acqua da bere ai pasti, perlustrazioni al fiume
Lambro, che scorre a due passi dalla prima comunità che aveva sede ad
Erba, corse attorno al lago del Segrino, grigliate e nuotate in piccole
spiagge del lago di Como.
(1).G.E.Moore-opera